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Pariah Intervista: Queer Parruchieri

  • 24 dic 2022
  • Tempo di lettura: 5 min

Queer Parrucchieri è una piccola realtà di Reggio Emilia che ci ha concesso un’intervista esclusiva, dove la moda s’intreccia con l’attivismo, il Drag e il divertimento.





Ore 18.00. Ci si presenta davanti un locale di un eccentrico rosa fluo, che cattura la nostra attenzione. Alle ci apre la porta, mentre Domenico e Cristofer ci indicano di accomodarci. Ci sediamo su un divanetto, giustamente rosa, e iniziano a raccontarci.



Ciao! Finalmente ci conosciamo. Allora, cos’è Queer Parrucchieri?


Queer Parrucchieri è un po’ il nostro “bambino”, ormai è diventata casa. L’abbiamo fondata di venerdì 17, un’idea nata nel 2010 che è divenuta realtà due anni dopo. A dire la verità è stata Alle, l’unica ragazza etero, a decidere il nome, ispirandosi al tatuaggio di un nostro amico: “God Save The Queer”.


Spesso ci chiedono cosa voglia dire “Queer Parrucchieri”, diciamo che alle signore più anziane fingiamo che sia “Queen”, quindi “regina”, o in altri casi lo traduciamo come “strano”, ma in verità rivendichiamo la nostra identità di persone queer e alleati della comunità LGBTQ+ (nda. prima, “queer” era un insulto a chi non rientrasse nell’etero-cisnormatività, adesso è un termine “ombrello” per chiunque non si riconosca in questi standard).


Proprio per questo, quando è stato possibile specificare su Google la sigla “LGBTQ+ Friendly” siamo stati i primi in Nord Italia a farlo.



Ci sono mai stati clienti che si sono rivolti a voi proprio per la vostra politica “Queer Friendly”?


Alcuni vengono anche da fuori Reggio, in verità. Sì, il nome è stato un rischio, che però ha attirato persone, così come ne ha allontanate altre. Ogni battaglia c’ha i suoi morti, ma la nostra clientela è variegata, composta da persone queer e non.


Siamo orgogliosi di chiedere i pronomi alla nostra clientela, anche se in Italia è difficile. I genitori ci guardano straniti, ma non ci facciamo problemi a far scegliere ai bambini il telo che vogliono, che sia da principessa o da cowboy. Dei nostri coetanei ci mandano i loro figli proprio perché è un ambiente sano. Perfino gli adolescenti ci chiedono consiglio: abbiamo cresciuto una piccola comunità, un safe place.


Ci cercano per questo, e siamo fieri di essere cercati per questo.





Quindi, la risposta del pubblico è stata positiva?


Senz’altro. Abbiamo creato Una comunità dentro La comunità. E la nostra sessualità è stata vissuta in maniera tranquilla. Quando io (nda. Domenico) e Cristofer stavamo insieme, i clienti non hanno mai avuto problemi, e si sono dovuti abituare ai nostri baci. Tutto sta nella semplicità delle cose, per far vedere che le cose sono normali, non servono grandi gesti.


Bisogna sempre dare il buon esempio, però ogni tanto anche quello cattivo!


Ecco, parlando di “dare il buon esempio”, come vi piace fare attivismo?


Sono l’unica Drag di Reggio, insomma è una certa responsabilità. Dall’attivismo dei bigodini, siamo passati agli eventi Histerikə, con i quali siamo riusciti a chiudere la stagione con una donazione di mille euro alla prima casa protetta queer che ArciGay ha comprato.

Il riscontro è stato incredibile, e di tutte le età. Ho portato a teatro il mio show Drag con Piedi con Patate, come proposto dal comune (nda. A marzo Domenico - in arte Desdemone Undicesimo - vi aspetta!). Abbiamo anche partecipato all’organizzazione del primo Pride a Reggio, nel 2017.


Nonostante quest’estate il Pride si sia tenuto a Parma, abbiamo voluto festeggiare con un evento tutto nostro anche a Reggio Emilia, a Villa Levi. Anche in questo caso la partecipazione non ci ha delusə!


Lo so che è un po’ da boomer dirlo, ma quando al Pride vedi la madre di 28 anni con il figlio è sempre molto bello, è importante la partecipazione di persone non-queer.



Anche il Mondo Drag è un grande mezzo di comunicazione. Insomma, è sempre stata La voce della comunità queer. Com’è la tua esperienza come Drag?


Drag è attivismo con i riflettori in mano e glitter. È un manifesto. Come ho già detto sono il primo Drag - Queer, e non Queen - performer di Reggio Emilia. Ogni progetto ha bisogno di un personaggio, di un frontman. Mi sono detto "vabbè", e non è stato difficile mettermi un paio di tacchi.


Io non vivo per l’applauso finale, vivo per il momento di shock e sussulto appena ti metti in gioco.

Abbiamo partecipato al primo pride di Cremona proprio perché non avevano Drag da chiamare. È così che capisci quanto sia importante l’investimento: se i pride si fanno di sabato, quel giorno noi non lavoreremo. Diciamo che siamo come Mary Poppins, facciamo un po’ di tutto. Così, ci ritroviamo anche a fare lezione mentre lavoriamo.


Una volta ho passato il sabato mattina a spiegare ad un paio di persone cosa volesse dire “cis”, con un rossetto sullo specchio. La difficoltà più grande è spiegare la differenza tra sessualità e identità di genere, ma niente è impossibile.


Trovo stancante usare sempre termini come “lottare” o “battaglia”, perché se devo fare attivismo lo voglio fare divertendomi. Infatti, è proprio quello che facciamo.







Com’è la vita di una persona queer in Italia? E nello specifico a Reggio Emilia?


Noi a Reggio Emilia siamo fortunati, è da molti anni che non si sente la discriminazione, da dieci anni a questa parte... Poche volte abbiamo sentito storiacce di omofobia o di aggressione, e quelle volte in cui sono state sentite, c’è stato un grandissimo disdegno da parte dei reggiani. Diciamo che lo spirito di comunità in Emilia si sente molto, soprattutto per la sua storia. Una storia rossa, di vita, piena di commemorazioni di disobbedienza e libertà.


Il primo spettacolo Drag che avevo portato a Reggio l’ho fatto in un'osteria di alcuni amici in centro, in un quartiere che si chiama Popol Giôst, “Popolo Giusto”. Non saprei definirlo se non come “il quartiere del popolo”.


Si dice che quando nevicava erano loro a togliere la neve sulle strade del centro.

A Reggio abbiamo una storia di comunità incredibile. Un altro esempio è la storia del padre dei fratelli Cervi. Quando ci fu la liberazione, il padre di questi sette figli (tutti morti in guerra) chiamò il quartiere per fare pastasciutta per tutti, con formaggio e olio (ora lo facciamo anche col ragù!).


Questo è il simbolo della cultura Emiliana: accoglienza e comunità.



Noi veniamo da Pescara, una realtà completamente diversa e caratterizzata da pochi, piccoli e timidissimi tentativi di rappresentarsi come comunità queer, per cui siamo molto colpiti.


Eh già, bisogna iniziare, proporre. Il primo spettacolo che ho fatto ha permesso di incrementare determinate idee in testa a persone che nemmeno ci aspettavamo, quasi fosse un esperimento sociale. Alcuni ragazzi, la comunità queer non la conoscevano nemmeno.

Adesso il mercoledì sera facciamo spettacolo all’aperto. Siamo finiti sul giornale…Ci sbattono un po’ dappertutto. È proprio una lezione didattica che deve essere data, ma in modo divertente.



Parliamo di moda. Che ruolo ha nella vostra quotidianità?


La moda è la disobbedienza più bella.

E lo è anche la signora anziana con i capelli colorati. La moda è buttarsi: finchè non si propone, non si può sapere se piace. Bisogna lanciarsi e crederci.


Abbiamo lavorato nel campo della moda per cinque anni. Un momento importante è stata la sfilata in Polveriera, dove io mi sono occupato del makeup e loro (nda. Alle e Cristofer) della parte dei capelli.



E dove trovate l’ispirazione?


Dal Cosmo: Saturno, Dio del libero arbitrio, e Plutone. Per la moda viene subito in mente Vivienne Westwood, icona del punk e, quindi, della disobbedienza. Eh già, siamo un po’ british.



La vostra specialità?


Abbiamo curato un marchio di prodotti per capelli. Primo fra tutti, uno spray lisciante a base di clorofilla. L’abbiamo chiamato…“MRTW”, Murata Viva. La cera? Naturalmente, “Cera una Volta”. Mentre l’olio per i ricci, uno stilizzante simile ad una schiuma ma meno secco e più lucido, si chiama “Abrakadabra”.


Il nostro siero lisciante e setificante? “Preo”!



Tre aggettivi per descrivere Queer Parrucchieri?


Domenico: Divertenti.

Cristofer: Aggressivi.

Alle: Fantasiosi.





Si conclude così la nostra intervista. Usciamo pieni di quel eccentrico rosa fluo, in attesa di sapere cosa ha in serbo per noi il colorato staff di Queer Parrucchieri (Domenico, Cristofer, Alle, Claudia, Vivian).


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