These Boots Are Made For Walking
- 25 nov 2022
- Tempo di lettura: 3 min
Una necessità. Un messaggio. Da tempo ormai, le Dr. Martens sono entrate nello scenario mainstream, ma la loro è una storia che risale a molto prima. Fondato nel ‘61, il marchio nacque in Inghilterra, e si specializzò nella produzione di anfibi - anche noti come “combat boots”. La loro particolarità? Lo stretto legame che lega subculture urbane alternative a questi speciali stivali.

CULTURA UNDERGROUND E SCENA PUNK
Gli esclusi, i ribelli, la scena Punk aveva inghiottito le Dr. Martens come suo status symbol, così come la comunità LGBTQ+. Gli anni antecedenti ai primi del 2000, segnarono un trasversale interessamento verso la cultura alternativa, soprattutto nel Regno Unito. Essere appartenenti ad una sottocultura manifestava il bisogno di trovare una propria “famiglia”, diversa da quella d’origine. È qui che la moda entrava in gioco, protestando affiliazione, tradizioni e ideali nuovi (e specifici) di un determinato gruppo.
Insomma, quando pensiamo al punk, lo identifichiamo subito con il suo tessuto tartan, le spille e…Gli anfibi. La versatilità delle Dr. Martens veniva sfoggiata nei pub o nei ritrovi, dove, dopo una lunga giornata di lavoro, si ritrovano gruppi appartenenti alle stesse cerchie “alt”. Dal grunge all’emo, tutta la cultura underground è stata invasa dalle Docs, regalandogli quell’iconicità che ormai conosciamo.
IL LACE CODE E L'IMPORTANZA NEL MONDO QUEER
Attenzione, però. Gli anni ‘90 furono noti per il loro clima politico spinoso e polarizzante: da simbolo di lotta e ribellione progressista, gli anfibi divennero status symbol anche per il movimento neo-nazista “Oi!” degli skinhead (da non confondere con i “Trads”). Fu così che si diffuse il lace code. Il colore dei lacci delle proprie Docs diventò un messaggio chiaro sui propri ideali e sull'individualità. Il bianco e il rosso distinguevano i gruppi violenti e razzisti, mentre il giallo indicava l’anti-razzismo. Il viola, invece, era distintivo della comunità queer.
Sì, è vero, è facile accostare un paio di anfibi alla cultura punk, ma forse non tutti conoscono quanto questi stivali abbiano effettivamente segnato la cultura LGBTQ+.
Non era facile essere queer negli anni '90, e diciamo la verità, non lo è ancora. È proprio per questo che le persone della comunità LGBTQ+ hanno creato una vera e propria sottocultura nel mondo della moda, per poter comunicare in segreto fra loro. Se per la maggior parte si può pensare a nocivi stereotipi, i codici segreti nel mondo queer degli anni ‘70, ‘80 e ‘90 sono un esempio di quello che, scherzosamente, è noto come “gaydar” (da "gay" e "radar").
Lo scopo di questi linguaggi era proprio quello di comunicare senza esporsi troppo. Se per gli uomini gay, furono i fazzoletti nelle tasche dei pantaloni (il cosiddetto “hanky code”, per le donne lesbiche erano proprio le Dr. Martens - in particolare i "monkey boots" (fonte: Dressing Dykes). Un altro indumento iconico per le donne queer? Le giacche di pelle, i piercing e i capelli coloratissimi. Come racconta Eleanor Medhurst nella sua intervista alla regista Siobhan Fahey, che ha raccontato il movimento punk delle Rebel Dykes:
"Potevano vedersi - "spot each other" - e creare legami di comunità facendo attenzione a come erano vestite." - Siobhan Fahey, fonte: Dressing Dykes
Ancora oggi, questo paio di scarpe trasmette con forza la sua natura anticonvenzionale, ribelle e rumorosa, seppur in un contesto più vasto (e forse meno polarizzante). Lo conferma la loro longevità: in fondo, si sa, gli anfibi non passano mai di moda.
Copertina: Kilian Seiler



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